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Legame di parentela tra avvocato e assistito: diritti e limiti

Nel codice deontologico dell'avvocato si legge che i rapporti con l'assistito devono essere basati sulla cordialità: l'uso di questa espressione ci fa capire che si tratta di un legame confidenziale ma comunque formale. L'avvocato presta un servizio e la sua opera professionale non deve mai sfociare nell'identificazione o, ancor peggio, nella copertura del cliente. E' l'esperienza a segnare il limite da non oltrepassare.

E' evidente che le difficoltà sono maggiori in ambito penale, dove la situazione dell'assistito è sicuramente più delicata. In particolare si possono creare delle situazioni imbarazzanti da questo punto di vista, nella difesa di un latitante. La giurisprudenza ha precisato che il legale non deve mai divenire lo strumento per il passaggio di informazioni, rendendosi così complice dell'attività criminosa del proprio assistito.

Se si legge alla lettera il codice deontologico e si consulta la giurisprudenza di merito, nulla osta che avvocato e assistito siano amici stretti o addirittura parenti. Con sentenza n. 42 del 16 marzo 2004 tuttavia il Consiglio Nazionale dell'Ordine Forense ha sospeso per tre mesi un avvocato colto in atteggiamenti intimi durante il colloquio con il cliente (riducendo la sanzione rispetto ai sei mesi suggeriti dal Consiglio dell’Ordine locale). L'art. 35 del Codice deontologico, che impone il divieto di rapporti economici, si estende quindi anche a quelli di natura sessuale. Se avvocato e cliente sono marito e moglie, questo non deve incidere sul rapporto formale e professionale per tutta la durata della causa.

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