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Praticantato avvocati: quando è solo sfruttamento

La normativa italiana prevede che, dopo la laurea in giurisprudenza, per diventare avvocato si debba ottenere l'abilitazione tramite il superamento dell'esame statale. Requisito essenziale per accedere all'esame è quello di aver effettuato un periodo di praticantato presso uno studio legale.

Trovare un "dominus" disposto ad assumere nello studio un giovane laureato non è particolarmente difficile: in verità esistono anche  elenchi appositamente istituiti territorialmente dai Tribunali per mettere in contatto  domanda e offerta.

L'applicazione pratica di quanto studiato in teoria è in effetti utile: va detto però che si tratta di persone già laureate, non totalmente prive di esperienza, che invece vengono spesso sfruttate e maltrattate. Ai praticanti vengono richiesti orari di lavoro assurdi (anche 15 ore al giorno). Si smette però di parlare di "lavoro" nell'accezione propria del termine quando si affronta l'argomento retribuzione: il giovane laureato è lì per imparare quindi lo fa gratuitamente, al massimo a fronte di un minimo rimborso spese. Questo stato di cose è ormai considerato una consuetudine: nessuno si stupisce più e perfino molti soggetti coinvolti in prima persona accettano il maltrattamento passivamente.

E così proprio chi sogna di diventare avvocato, di difendere i diritti altrui, deve sforzarsi di mettere da parte i suoi per alcuni anni. E' inevitabile che il senso di frustrazione scoraggi molti aspiranti avvocati, magari anche potenzialmente promettenti. Ma la nota dolente  un'altra: spesso questo praticantato forzato e gratuito è anche del tutto inutile. Ci sono infatti avvocati che sfruttano il praticante per mansioni di segreteria o amministrazione: perchè lasciarsi sfuggire l'occasione di avere una segretaria gratis? E così i dottori in legge si ritrovano a fare fotocopie, a preparare il caffè e perfino a pulire le scrivanie!

Il tutto cozza palesemente con l'articolo 26 del Codice deontologico che recita testualmente: "L’avvocato deve fornire al praticante un adeguato ambiente di lavoro, riconoscendo allo stesso, dopo un periodo iniziale, un compenso proporzionato all’apporto professionale ricevuto". Si parla di "apporto professionale" e di "compenso", non di rimborso e sfruttamento.

Va detto peraltro che tra i requisiti per i praticanti molti studi richiedono la disponibilità full time: questo immpedisce ad un giovane laureato sfruttato di trovare un altro lavoretto e di essere indipendente. E' evidente che questa condizione chiude la cerchia degli aspiranti avvocati a coloro che possono permettersi di essere mantenuti dalle famiglie fino almeno al superamento dell'esame.Sicuramente questa grave condizione, troppo raramente denunciata, seppur generalizzata non è vera a livello assoluto. Ma purtroppo le eccezioni non sono statisticamente molte.




 

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