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Responsabilità dell'avvocato: cosa prevede la legge in caso di consulenza sbagliata

Il rapporto giuridico che lega avvocato e cliente si basa su un contratto di clientela. Si tratta di una forma specifica di mandato. Posto che assumendo l'incarico un avvocato non può farsi carico dell'esito della causa, quali sono le sue responsabilità? In che modo il cliente è tutelato nel caso di condotta poco professionale del suo legale?

Il primo criterio di valutazione è, come in generale per i mandati, la comune diligenza di cui all'art. 1176 II comma c.c.. Per i casi di particolare difficoltà la Corte di Cassazione, con sentenza n. 2230 del 02.08.7, ha introdotto anche il riferimento all'articolo  2236 C.C.(responsabilità professionale).

Poiché, come sopra citato, l'avvocato non può farsi carico dell'esito della causa, la sua è tecnicamente un'obbligazione di mezzi e non di risultato, così come confermato a più riprese da dottrina e giurisprudenza. L'avvocato è chiamato ad agire con diligenza, facendo tutto il possibile (inclusi interventi discrezionali), per tutelare le ragioni dell'assistito. Non può quindi rispondere per questioni opinabili soggette ad interpretazione soggettiva (salvo il caso di dolo o colpa grave).

La responsabilità invece si configura se l'errore professionale riguarda aspetti attinenti all'attivita' tecnica, ad esempio la ricostruzione del fatto, oppure l'errore procedurale che impedisca al Giudice di conoscere il merito della fattispecie.

La Corte di Cassazione ha altresì precisato che, nel dovere di diligenza, rientra anche l'obbligo di informazione: l'avvocato deve rendere partecipe il proprio assistito sulle reali ed effettive possibilita' di vincere la causa, in modo che esso possa decidere personalmente e a proprio rischio se proseguire o meno con l'azione giudiziaria.

Il danno del cliente va accertato (in base al requisito della certezza del danno ex art. 1223 C.C.), non bastando all'uopo la sentenza negativa perchè, lo ribadiamo, quest'ultima dipende da fattori eterogenei non tutti ponderabili in egual modo. Di questo avviso, consolidato in giurisprudenza e dottrina, era già Calamandrei nel 1931. Dal criterio della ragionevole certezza si è passati però, con sentenza della Suprema Corte n. 1286 del 1998, alla sufficiente probabilità che una attività corretta dell’avvocato avrebbe condizionato positivamente l’esito della causa.

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