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Ritardi record nel deposito delle sentenze: risarcimenti e giudizi da rifare

Che l'Italia sia uno dei Paesi che fa registrare il record assoluto per la durata, a volte al limite del paradossale, dei processi non è una novità. Nonostante le riforme che puntano proprio all'accelerazione dei tempi della giustizia, il problema resta.

Emblematico da questa prospettiva il caso di un giudice del tribunale di Catania, nel frattempo promosso a consigliere di Corte di Appello, che aveva tentato di giustificare i quasi seicento giorni di ritardo nel deposito della sentenza,  adducendo come alibi il fatto che il nuovo incarico lo aveva tenuto impegnato in  diverse funzioni che richiedevano approfondimenti costanti in materia di diritto civile ordinario, penale e giurisdizione in genere. In secondo grado il Csm gli aveva dato ragione, senza pretendere ulteriori spiegazioni del ritardo.

Sul caso è intervenuta la Corte di cassazione con sentenza 528/2012. I giudici di Piazza Cavour sono stati decisamente più celeri nell'accogliere il ricorso del ministero della Giustizia avverso la sentenza del Consiglio superiore della magistratura che, nella sua funzione di organo disciplinare, aveva assolto il magistrato. La Suprema Corte ha constatato come ritardi eccessivi nei processi siano lesivi dell'interesse delle parti alla ragionevole durata del processo e siano quindi oggetto di risarcimento. Il giudizio nello specifico è da rifare.

In Italia non si tratta purtroppo di un caso isolato: i ritardi ritenuti gravi sono stati  389 per le sentenze monocratiche e 1312 per le ordinanze riservate. Solo lo scorso anno lo Stato italiano ha dovuto risarcire 84 milioni di euro per ricorsi aventi ad oggetto proprio l'eccessiva lentezza dei processi.

 

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