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Avvocato e lucro cessante: non basta l'assenza dal lavoro per provarlo

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha segnato una svolta importante in ambito di riconoscimento di lucro cessante e malattia dei liberi professionisti e, in particolare, proprio degli avvocati.

Nel caso specifico il ricorrente aveva fatto ricorso contro la sentenza di appello del 23.08.2008  (che confermava quella di primo grado) nel punto in cui negava il riconoscimento del danno patrimoniale futuro da lucro cessante in caso di malattia che rendesse possibile esercitare la professione.

L'incidente stradale che aveva dato origine al caso si era verificato il 28.08.1991 e le conseguenze si erano protratte per un mese circa. La Terza sezione della Corte di Cassazione con sentenza 23761/11 del 14 novembre 2011 ha confermato che pesa sull'interessato l'onere di provare il danno patrimoniale che non può essere semplicemente e automaticamente desumibile dalla circostanza.

Occorre infatti escludere che, in seguito alla ripresa del lavoro, non vi sia un successivo incremento dovuto all'accumulo di lavoro pre-incidente che compensi gli eventuali compensi sfumati. Per i liberi professionisti infatti spesso l'assenza dal lavoro significa solo il deferimento temporale degli impegni in sospeso.

Anche per gli avvocati dunque la giurisprudenza conferma l'orientamento dominante per cui invalidità temporanea e riduzione della capacità di guadagno non sono collegate in maniera automatica. E' sempre onere delle parte interessata provare questo automatismo nel caso specifico, anche se si tratta di problemi di salute relativamente gravi. Al contrario l'invalidità permanente, anche se parziale, legittima il ricorso al danno biologico.

Solo dopo l'analisi delle prove, che possono anche avere carattere presuntivo, i giudici potranno determinare se e in quale misura il danno è risarcibile sotto il profilo del lucro cessante.

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