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Condotta scorretta degli avvocati punita dalla Cassazione

In tv siamo abituati a vedere avvocati senza scrupoli pronti a tutto pur di aggiudicarsi una causa, anche con mezzi poco nobili. Ma è vero anche nella realtà? Il fine giustifica i mezzi anche nelle aule di tribunali?

Il Codice Deontologico impone trasparenza e onestà e, a ricordare che non si tratta solo di un principio astratto e teorico, sono intervenuti anche il Consiglio dell’ordine degli Avvocati prima e il Consiglio Nazionale Forense poi.

Sulla questione si è pronunciata anche la Corte di Cassazione (sentenza numero 529 del 17 gennaio 2012). Nel caso di specie in un processo civile vertente in materia successoria, l'avvocato della controparte aveva indotto con intento fraudolento nel collega avversario l'errato convincimento di possedere i tre libretti al portatore sul cui contenuto si basava l'esito della causa. Per prendere tempo l'avvocato aveva menzionato diverse scuse per non mostrare i libretti, in modo che la controparte non potesse attivarsi per recuperarli. Questo ha inevitabilmente compromesso l'esito del processo per mancanza di prove.

Il legale si è difeso sottolineando che la priorità è vincere la causa e che un avvocato non può certo favorire la controparte. L'obiettivo primario doveva quindi prevalere anche sulla colleganza.

Difesa piuttosto debole che non ha convinto i giudici della Suprema Corte. Se da un lato infatti non di deve avvantaggiare l'avversario dall'altra è anche inammissibile trarla volutamente in errore. Gli artt. 6 e 22 del Codice Deontologico impongono infatti criteri di correttezza, lealtà e colleganza. La sentenza si allinea con pronunce precedenti sullo stesso argomento e conferma che il rispetto del Codice Deontologico e del giuramento prestato è di primaria importanza. 

 

 

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