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Code nei tribunali e in cancelleria: il tempo perso non è risarcibile

Fare la fila per ore in tribunale o in cancelleria è una cosa che gli avvocati imparano già ai tempi del praticantato. Un modus operandi tutto italiano che trova la sua ratio nella lungaggine della burocrazia e nella disorganizzazione del settore pubblico. Ma il tempo è perso fa parte del gioco, prendere o lasciare.

La Corte di Cassazione ha infatti respinto il ricorso di un avvocato milanes, Nicola Sculco, che aveva fatto richiesta per il risarcimento di tutto il tempo perso, sottratto al tempo libero. Nella motivazione della sentenza si legge che il tempo libero è un bene immaginario e come tale non risarcibile.

I giudici della Cassazione hanno precisato che a nulla serve «verificare l'entità esatta dei disservizi connessi all'attività di amministrazione della giustizia, nè quantificare in modo preciso il numero di ore che un avvocato è costretto ad impiegare nello svolgimento di attività che potrebbero essergli risparmiate in presenza di un sistema più efficiente».E senza dubbio, sebbene il ricorso abbia un significato simbolico importante, una sentenza di risarcimento del tempo libero astrattamente perso avrebbe creato un precedente pericoloso. Chiunque, in fila alla cassa del supermercato o, restando nel settore pubblico, alle poste, avrebbe potuto chiedere il risarcimento.

Quanto poi nello specifico della professione forense, precisa la sentenza 21725,  «poichè l'avvocato è un libero professionista, può ben scegliere e decidere la quantità degli impegni che è in grado di gestire in modo ragionevole». Le ore in fila quindi finiscono nel computo di quelle lavorative come ad esempio per un rappresentante quelle passate nel traffico o per un agente immobiliare il tempo speso a far vedere case la cui trattative non va poi in porto. E la Corte non nasconde che infine a pagare è il cliente: «Gli esborsi che sarà chiamato a sostenere, anche in termini di sacrificio del proprio tempo libero, saranno posti, entro i limiti consentiti dalle tabelle professionali, a carico dei clienti che abbiano chiesto di avvalersi della sua opera»

L'avvocato milanese non è nuovo a queste richieste: già lo scorso anno la Cassazione gli aveva dato torto in un ricorso contro la Telecom che gli aveva fatto perdere tempo a causa di un tecnico che aveva fornito informazioni non corrette relative al funzionamento della rete Internet.

 

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