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Liberalizzazione della professione: avvocati divisi a metà

Continua a far discutere il processo di liberalizzazione delle professioni verso cui si avvia anche quella legale (la legge è stata promulgata dal presidente Napolitano lunedì scorso): per alcuni avvocati significa aprirsi alla modernità, per altri invece rappresenta piuttosto un ritorno al passato. Monti è stato molto critico specificando che la riforma non favorisce i giovani e non serve neppure a regolare l’accesso risolvendo il problema dell’esubero di avvocati nel nostro Paese.

Tra i punti che caratterizzano la nuova disciplina si individuano: l’attività di consulenza e assistenza legale limitata agli iscritti all’ordine, il divieto del patto di quota lite, l’ammissione della pubblicità informativa, la remunerazione obbligatoria del praticantato ridotto a 18 mesi, libera contrattazione della parcella con introduzione di parametri ministeriali per la determinazione dei compensi nell’ipotesi di vertenza col cliente e infine formazione continua tramite costanti aggiornamenti in base alle regole del Cnf.

Assolutamente favorevole alla riforma forense Guido Alpa, presidente del Cnf che sottolinea la maggiore trasparenza nel rapporto avvocato-cliente garantita nonché l’esigenza di rinnovamento soddisfatta dopo un iter travagliato durato ben 4 anni.

 Aiga, Associazione italiana giovani avvocati, ha espresso delle perplessità per quanto riguarda le maggiori possibilità offerte ai giovani professionisti e ha ammesso, non senza delusione, che si sarebbe aspettata scelte più coraggiose. Dario Greco, presidente Aiga, ha anticipato che alcuni cambiamenti in merito saranno richiesti già dalla prossima legislatura. Restringere l’accesso era necessario per aprire il mercato ai nuovi arrivati.

Soddisfatti i praticanti: che vedono il periodo di pratica obbligatoria ridursi a 18 mesi e con retribuzione imposta. Per loro si aprono anche maggiori funzioni: potranno infatti andare in udienza autonomamente, naturalmente per i procedimenti più semplici.

Tra i punti che creano maggiore divisione invece l’abolizione del patto di quota lite

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