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Praticanti avvocati: limiti per le cause di lavoro

I praticanti avvocati incontrano dei limiti precisi e tassativamente previsti nell’esercizio dell’attività forense, che siano abilitati o meno al patrocinio. Lo ha ribadito qualche giorno fa la Cassazione civile con la recente sentenza numero 10102 del 29 aprile 2013, avente ad oggetto in particolare i requisiti per occuparsi di cause di lavoro e di previdenza. Il riferimento che si legge nel dispositivo è alla Legge numero 479/1999.

Il caso di specie vedeva contrapposto un ex dipendente e la ditta F.lli R. s.n.c. per la quale il primo aveva lavorato per diverso tempo in qualità di autotrasportatore. Il ricorrente aveva chiesto ai giudici la condanna al pagamento di L. 83.312.675 per le differenze retributive e il TFR. La domanda era stata parzialmente accolta in primo grado con la sentenza n. 121/05.

La Corte di appello di Perugia, con decisione del 3.11.2008, aveva però dichiarato nullo il ricorso, e quindi di tutti gli atti che ne erano conseguiti, posto che il legale difensore del ricorrente non era a ciò abilitato in quanto solo in un secondo momento, con delibera in data 28.4.2000 era stato iscritto all'Albo degli Avvocati. Ai tempi del processo in primo grado quindi era un praticante e quindi non avrebbe potuto occuparsi del caso.

La sentenza quindi ribadisce l’elenco tassativo delle materie escluse alla competenza dei praticanti avvocati, anche se dotati di patrocinio. Tra queste sono incluse appunto anche le cause di lavoro e di previdenza, come quella presentata. 

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